WWW significa World Wide Web: è lo spazio informativo globale in cui pagine, file, applicazioni e altre risorse hanno un indirizzo, sono collegate da link e vengono raggiunte attraverso Internet.

Internet è la rete di reti che trasporta i dati; il Web è uno dei sistemi che la usa.

Per capire come tutto sia cominciato, entreremo nel CERN del 1989, dove informazioni preziose vivevano su computer e archivi che spesso non comunicavano fra loro. Da quel problema seguiremo Tim Berners-Lee fino al primo browser-editor, al primo server e al primo sito pubblicato in rete.

Poi rallenteremo gesti ormai automatici – digitare un indirizzo, premere Invio, seguire un link – per vedere che cosa accade dietro lo schermo e perché oggi anche gli agenti di intelligenza artificiale possono compierne alcuni per nostro conto.

Cosa significa WWW?

Tre lettere, due usi e un equivoco da sciogliere. WWW in maiuscolo indica il sistema; www in minuscolo, davanti a un dominio, è un’etichetta del nome host, cioè una parte dell’indirizzo del sito. Accanto a queste forme incontreremo Web, W3 e W3C: nomi e sigle apparentemente sovrapponibili, ma non intercambiabili.

WWW significa World Wide Web

WWW è una sigla formata dalle iniziali delle parole inglesi World, Wide e Web.

World richiama il mondo; wide indica ciò che è ampio o esteso; web significa, alla lettera, “ragnatela”.

“Rete mondiale” è la traduzione italiana più immediata mentre “ragnatela mondiale” conserva meglio l’immagine originale: una trama capace di allargarsi in ogni direzione tenendo insieme anche i punti più lontani.

WWW, Web e W3 indicano il sistema; W3C è l’organizzazione

Nel lessico storico, World Wide Web, WWW, Web e W3 indicano lo stesso sistema; oggi prevalgono soprattutto le forme Web e WWW.

Nelle pubblicazioni delle origini compare anche World-Wide Web, con i trattini; la grafia corrente li elimina.

Basta però aggiungere una “C” per cambiare soggetto: W3C è il World Wide Web Consortium, l’organizzazione che sviluppa standard e linee guida del Web.

Che cos’è il World Wide Web e a cosa serve?

Per capire che cos’è concretamente il Web bisogna osservarne le unità e le relazioni. Una pagina è una risorsa; un sito ne organizza più d’una; gli URL indicano quale risorsa richiedere e come raggiungerla mentre i link collegano contenuti che possono risiedere su server differenti.

Pagina, sito e risorsa web: le unità del WWW

Una pagina web è una singola unità consultabile: può coincidere con un documento oppure con la rappresentazione composta sullo schermo da testi, immagini e altri elementi.

Un sito web organizza più pagine e funzioni in un insieme riconoscibile, costruito attorno a un progetto, un autore o un’organizzazione.

Risorsa web è il termine più ampio: può indicare una pagina, un’immagine, un video, un file, un insieme di dati o perfino un’applicazione.

Le pagine sono dunque risorse ma non tutte le risorse sono necessariamente pagine.

Ipertesto, ipermedia e hyperlink: ciò che crea la ragnatela

Un libro suggerisce un cammino: prima una pagina, poi la successiva.

L’ipertesto apre invece incroci.

Organizza testi e informazioni in una struttura non lineare nella quale chi legge può scegliere dove proseguire.

Nel momento in cui la stessa logica comprende immagini, suoni, animazioni e video, prende il nome di ipermedia.

Gli hyperlink, abbreviati in link, sono i passaggi fra questi punti: relazioni attivabili che conducono a un altro contenuto, a una sua parte oppure a una funzione.

Schema dei link che collegano pagine, immagini, video, PDF e applicazioni nella rete del Web.

Schema dei link che collegano pagine, immagini, video, PDF e applicazioni nella rete del Web

Nel testo, la parte visibile e cliccabile di un link è chiamata anchor text e dovrebbe anticipare con chiarezza la destinazione.

La ragnatela del nome prende forma proprio in questi passaggi.

A cosa serve il Web nella vita quotidiana

Ogni giorno pratichiamo ormai piccoli gesti web: cercare un’informazione, lavorare su un documento condiviso, usare un servizio online.

Persone utilizzano smartphone per accedere a contenuti e servizi web nella vita quotidiana.

Persone utilizzano smartphone per accedere a contenuti e servizi web nella vita quotidiana

Il Web è insieme biblioteca, spazio di lavoro e porta d’accesso ai servizi: ci permette di leggere e pubblicare, collaborare, compilare moduli e utilizzare applicazioni direttamente nel browser.

WWW e Internet sono la stessa cosa?

Web e Internet arrivano sullo stesso schermo e finiscono spesso per sembrare sinonimi. Indicano invece due livelli differenti: Internet è l’architettura globale che interconnette le reti; il Web è una delle applicazioni che utilizzano questa infrastruttura per organizzare e rendere accessibili informazioni.

Internet è la rete di reti

Internet prende forma quando reti nate e gestite separatamente riescono a comunicare: quelle domestiche, aziendali, universitarie, degli operatori e delle grandi dorsali.

È una rete di reti: un’architettura aperta in cui l’insieme di protocolli TCP/IP offre a macchine e sistemi eterogenei regole comuni per indirizzare e scambiare pacchetti di dati.

In questo risiede la sua forza: permettere ad applicazioni molto differenti di operare sulla stessa base.

Il Web è un servizio costruito sopra Internet

Una delle applicazioni che poggiano su Internet è il Web.

Il browser, il software che interpreta e visualizza le pagine web, è il client con cui lo consultiamo il web; HTTP regola il dialogo con i server nel modello client-server.

Schema della differenza tra Internet, infrastruttura di reti, e World Wide Web, servizio basato su HTTP.

Schema della differenza tra Internet, infrastruttura di reti, e World Wide Web, servizio basato su HTTP

Pensiamo a Internet come alla rete stradale: il Web è uno dei servizi che la percorrono insieme alla posta elettronica e al trasferimento di file tramite FTP.

Ecco perché un sito può diventare irraggiungibile mentre la connessione Internet continua a funzionare.

Che cosa indica www in un indirizzo web?

Finora abbiamo incontrato WWW come nome del sistema.

Quando le stesse lettere compaiono in minuscolo all’inizio di un indirizzo, però, svolgono un compito diverso: fanno parte del nome della destinazione.

Capire questa distinzione aiuta a leggere l’URL e a comprendere perché un sito possa usare www oppure ometterlo.

www è un’etichetta convenzionale del nome host

Nel nome www.iltuosito.it, i punti separano parti chiamate etichette: www è quella più a sinistra.

L’intero “www.iltuosito.it” è l’hostname, o nome host, che il browser prova a raggiungere; rispetto al dominio “iltuosito.it”, è anche un sottodominio.

Perché “www.iltuosito.it” sia raggiungibile, il DNS deve risolvere quel nome verso la destinazione configurata.

www è soltanto un’etichetta convenzionale: il protocollo utilizzato viene dichiarato dallo schema dell’URL, per esempio “http://” (ormai obsoleto) o “https://”.

Come si legge l’URL

Nell’URL https://www.iltuosito.it/percorso, ogni blocco risponde a una domanda.

Schema delle parti di un URL completo: HTTPS, hostname, porta, percorso, query e frammento.

Schema delle parti di un URL completo: HTTPS, hostname, porta, percorso, query e frammento

“https://” è lo schema, la parte iniziale che dice al browser come comunicare, in questo caso attraverso il protocollo HTTPS.

Nel blocco centrale ritroviamo l’hostname “www.iltuosito.it”: “iltuosito.it” è il dominio registrato mentre www è l’etichetta aggiunta alla sua sinistra.

Infine, /percorso è il percorso logico che indica quale risorsa o funzione chiedere al sito: può corrispondere a una pagina, a un file oppure a un contenuto generato al momento.

L’URL completo riunisce dunque il come, il dove e il che cosa.

È ancora necessario digitare www?

La necessità di digitare www dipende dalla configurazione del sito.

Il proprietario può rendere raggiungibili entrambi gli hostname e impostare un redirect permanente dall’uno all’altro. Il redirect (ovvero un reindirizzamento) funziona come un cartello che dice: «l’ingresso è da questa parte».

Se uno dei due nomi manca nel DNS o non viene gestito dal server, quell’ingresso resta chiuso.

Alcuni browser possono abbreviare ciò che mostrano nella barra degli indirizzi, compresa l’omissione visiva del “www”. Selezionando o copiando l’URL però, si può vedere la sua forma completa.

Con www e senza www possono essere due host distinti

I due ingressi possono affacciarsi sullo stesso ambiente, aprirsi su contenuti diversi oppure fare in modo che uno rimandi all’altro.

Tecnicamente, “iltuosito.it” – il dominio apice – e “www.iltuosito.it” sono due hostname distinti.

Nel browser i due indirizzi appartengono a origini differenti perché cambia il nome host. Più precisamente, un’origin è definita dalla combinazione di schema, host e porta.

Se entrambi mostrano la stessa pagina senza indicare quale versione prevalga, quella pagina è raggiungibile attraverso due differenti URL: una duplicazione da gestire.

www o non-www: la scelta SEO

Anche per Google è utile trovare un solo ingresso ufficiale.

Non importa che abbia o meno l’insegna www: nessuna delle due versioni parte con un vantaggio SEO.

La versione prescelta diventa l’URL canonico, l’indirizzo di riferimento.

Schema dei segnali SEO per indicare la versione canonica tra URL con www e senza www.

Schema dei segnali SEO per indicare la versione canonica tra URL con www e senza www

Dall’altro hostname si imposta un redirect permanente (codice di stato HTTP 301 o 308) in modo che persone e crawler possano arrivare sulla stessa versione.

Nel codice, rel=”canonical” rafforza la preferenza; sitemap e link interni devono usare lo stesso indirizzo. La differenza, quindi, non la fanno le tre lettere, ma la coerenza fra tutti questi segnali.

Come funziona il World Wide Web?

Quando premiamo il pulsante “Invio”, la pagina non parte già pronta e montata da un magazzino lontano.

Comincia invece una serie di scambi rapidissimi. Il browser è il nostro incaricato e pone la domanda; il server prepara ciò che gli è stato chiesto e fornisce la risposta.

Rallentiamo la scena: vedremo nomi diventare indirizzi, richieste trasformarsi in risposte e dati prendere forma sullo schermo.

Schema del caricamento di una pagina web: URL, DNS, connessione HTTPS, richiesta, risposta e rendering.

Schema del caricamento di una pagina web: URL, DNS, connessione HTTPS, richiesta, risposta e rendering

URL e DNS individuano la destinazione

Il browser parte dall’URL, simile all’indicazione scritta su una busta: specifica la risorsa desiderata e contiene come già anticipato l’hostname ed il nome completo della destinazione.

La rete, però, instrada i dati usando un indirizzo IP, una coordinata numerica comprensibile ai suoi sistemi, ti sarai imbattuto in quartetti numerici del tipo 32.184.3.42. In questo caso specifico si tratta in breve di un IPv4 pubblico, ma questa è tutt’un’altra storia.

Per collegare URL ed indirizzo IP interviene il Domain Name System, o DNS, una grande rubrica distribuita tra molti computer.

La cosiddetta risoluzione DNS consiste proprio in questa consultazione: dal nome ricava uno o più indirizzi IP verso cui dirigersi.

Il browser invia una richiesta HTTPS

Ora il browser sa quale destinazione digitale contattare.

Per farsi comprendere usa HTTP, un protocollo, ossia una grammatica comune che stabilisce come formulare domande e risposte.

Nel ruolo di client il browser invia quindi una richiesta: “consegnami la risorsa indicata da questo URL”.

Se lo scambio avviene tramite HTTPS, HTTP viaggia protetto dal protocollo TLS (l’evoluzione del più vecchio SSL, ormai obsoleto) che cifra i dati e usa un certificato per verificare l’identità del server.

È come se la conversazione fosse trasformata in un codice leggibile solo alle estremità: i dati risultano incomprensibili a eventuali intercettatori, le modifiche clandestine diventano rilevabili e l’identità del server può essere controllata.

Il server prepara e restituisce una risposta

Dall’altra parte troviamo il secondo dei due attori, il server o più propriamente web server. Non si tratta necessariamente di un computer, con web server si identifica il ruolo svolto dal software che accoglie la richiesta.

Possiamo immaginarlo come un bibliotecario velocissimo.

Se il materiale esiste già, lo recupera; se dipende dall’utente o dal momento, fa comporre una risposta dinamica.

Prima di restituirla aggiunge un codice di stato HTTP, un breve segnale sull’esito della richiesta: 200 che significa “richiesta riuscita”.

La risposta contiene una rappresentazione della risorsa: la sua forma concreta in quel momento, per esempio un documento HTML, un’immagine o un insieme di dati.

HTML, CSS e JavaScript diventano la pagina

Al browser più che una pagina già dipinta giungono una serie di materiali da mettere in scena.

Il documento HTML è il copione strutturale: distingue titoli, paragrafi, immagini e link, spiegando che cosa rappresentano. Mentre lo legge, il browser incontra riferimenti ad altre risorse e le richiede separatamente.

Il CSS prepara la scenografia – colori, caratteri, spazi e disposizione.

JavaScript aziona i meccanismi come menu e contenuti interattivi.

Il browser interpreta, combina ed esegue questi elementi; il processo che li trasforma nella pagina visibile prende il nome di rendering.

I link proseguono la navigazione

Ora ritroviamo gli hyperlink in azione. Quando una persona seleziona un link, il browser legge l’URL associato e avvia un nuovo scambio. Quando lo segue un crawler, come Googlebot, può scoprire un’altra risorsa. Per le persone il link apre un percorso; per i motori di ricerca è anche uno strumento di scoperta.

Le radici del WWW prima del 1989

Il Web nacque dall’incontro di due linee di ricerca maturate in oltre quarant’anni: organizzare la conoscenza attraverso collegamenti e mettere in comunicazione computer lontani, appartenenti a reti differenti.

Nel 1989 Tim Berners-Lee riunì queste due storie in un solo progetto.

Collegare la conoscenza prima del Web

Tra il 1945 e il 1968 l’idea di seguire associazioni tra documenti divenne prima un modello teorico, poi un concetto dell’informatica e infine una dimostrazione interattiva sullo schermo.

Erano precedenti decisivi, ancora separati dall’infrastruttura di rete.

1945: Vannevar Bush e i percorsi associativi

Nel saggio As We May Think, Vannevar Bush immaginò il Memex: una scrivania dotata di schermi e microfilm capace di conservare libri, documenti e comunicazioni.

La sua intuizione più feconda erano gli associative trails, percorsi creati legando un contenuto al successivo come fa la mente nei ragionamenti per associazione.

1965: Ted Nelson presenta il termine ipertesto

Il 24 agosto 1965, alla 20ª National Conference dell’ACM di Cleveland, Ted Nelson presentò Complex information processing: a file structure for the complex, the changing and the indeterminate.

A pagina 96 definì hypertext come un insieme di materiali scritti o visivi collegati in una struttura troppo complessa per essere rappresentata agevolmente sulla carta.

A lui dobbiamo la nascita di termini come “ipertesto” e “ipermedia” contestualizzati all’interno del progetto Xanadu: uno dei primi progetti informatici fondati sulla connessione tra testi iniziato nel 1960 e conclusosi nel 1988 con la pubblicazione del software.

Quella struttura poteva includere sommari, mappe delle relazioni, annotazioni, aggiunte e note.

1968: Engelbart mostra l’interazione digitale

Il 9 dicembre 1968, alla Fall Joint Computer Conference di San Francisco, Douglas Engelbart e il suo gruppo mostrarono l’oN-Line System (NLS) a oltre 1.000 professionisti dell’informatica.

Nei 90 minuti della dimostrazione apparvero collegamenti ipertestuali, testo modificato in tempo reale, finestre, videoconferenza, condivisione dello schermo e un oggetto allora insolito per guidare il cursore: il mouse.

Prototipo del mouse di Engelbart del 1964, in legno, con due ruote perpendicolari per controllare il cursore.

Il prototipo costruito nel 1964 precedette di quattro anni la dimostrazione pubblica

La “Mother of All Demos” rese visibile un computer capace di sostenere anche scrittura e collaborazione.

Collegare i computer: dalle prime reti a Internet

L’altro percorso si svolse fra sale macchina e linee di comunicazione.

Prima bisognò condividere la potenza di un singolo calcolatore; poi collegare host lontani; infine permettere a reti progettate in modo diverso di scambiarsi dati senza perdere la propria autonomia.

Dagli anni Cinquanta al time-sharing e alle prime reti

Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, computer enormi e costosi svolgevano compiti circoscritti.

Reti specializzate come SABRE (Semi-Automated Business Research Environment), il primo sistema centralizzato online per le prenotazioni aeree, e AUTODIN (Automatic Digital Network), destinata alla messaggistica del Dipartimento della Difesa statunitense, collegavano terminali e centri dedicati.

Con il time-sharing, invece, una macchina distribuiva rapidissimamente il proprio tempo di calcolo fra più utenti, dando a ciascuno l’impressione di lavorare da solo.

Condividere a distanza quelle risorse divenne il passo successivo.

1969–1983: ARPANET, packet switching e TCP/IP

Il 29 ottobre 1969, sulla nascente ARPANET, fu inviato il primo messaggio host-to-host della rete: due computer, uno alla UCLA (Università della California – Los Angeles) e l’altro allo Stanford Research Institute, riuscirono a comunicare a circa 600 km di distanza.

ARPANET adottava la commutazione di pacchetto: il messaggio veniva diviso in piccole unità capaci di viaggiare e ricomporsi a destinazione senza tenere riservata un’unica linea come in una telefonata.

Il problema seguente fu far dialogare reti separate.

Nel 1973 Robert Kahn e Vint Cerf iniziarono a progettare un protocollo capace di far comunicare reti autonome; il lavoro fu pubblicato nel 1974. Il TCP (Transmission Control Protocol) descritto allora comprendeva anche le funzioni che in seguito sarebbero state separate nell’Internet Protocol, o IP.

Il 1° gennaio 1983 ARPANET passò da NCP (Network Control Protocol) a TCP/IP: reti costruite in modo diverso potevano ormai scambiarsi pacchetti seguendo regole comuni. Fu una tappa decisiva nella formazione di Internet, l’infrastruttura sulla quale sarebbe arrivato il Web.

Timeline delle radici del Web: Memex e ipertesto, ARPANET e TCP/IP, fino alla proposta CERN del 1989 e al Web del 1990.

Timeline delle radici del Web: dal 1945 al 1990

Come nacque il World Wide Web al CERN

Al CERN c’era un problema: migliaia di persone usavano computer, programmi e archivi incompatibili mentre molte collaborazioni proseguivano fuori dal laboratorio.

Tra marzo 1989 e dicembre 1990 Tim Berners-Lee trasformò questa frammentazione in un prototipo funzionante composto da browser-editor, server e il primo sito web della storia.

1980: ENQUIRE, il laboratorio personale di Berners-Lee

Il primo fotogramma si apre nel giugno 1980 davanti a un computer Norsk Data usato per il controllo del Proton Synchrotron.

Berners-Lee scrisse ENQUIRE per annotare persone e moduli software; ogni scheda conduceva ad altre mediante relazioni esplicite.

Alcuni colleghi riuscirono a consultarlo, ma tutti i file di ENQUIRE dovevano risiedere sulla stessa macchina.

Fu un taccuino di lavoro fatto di schede collegate: offrì a Berners-Lee l’esperienza da cui sarebbe partito nove anni dopo.

Il problema del CERN: informazioni disperse e sistemi incompatibili

Nel documento del 1989 Berners-Lee descrisse il CERN come un laboratorio di “diverse migliaia di persone”. Molti ricercatori vi restavano per circa due anni: quando ripartivano, una parte del sapere tecnico rischiava di seguirli. I dettagli pratici vivevano in conversazioni di corridoio, newsletter sporadiche e archivi incompatibili.

L’informazione esisteva, ma per riuscire a ritrovarla occorreva spesso comportarsi da detective.

Marzo 1989: “Information management: a proposal”

Il 12 marzo 1989 quel problema divenne una proposta scritta: Information Management: A Proposal, quattordici pagine numerate.

Berners-Lee immaginò documenti conservati su computer diversi e consultabili attraverso un’interfaccia comune.

“Ipertesto distribuito” significava infatti che ogni macchina poteva ospitare informazioni mentre i link permettevano di attraversarle come se appartenessero a un solo spazio.

In cima alla prima pagina Mike Sendall scrisse «Vague, but exciting», “Vago, ma entusiasmante”. La nota esprimeva interesse, senza costituire ancora un’approvazione formale. Berners-Lee continuò quindi a sviluppare l’idea; il testo tornò a circolare nel maggio 1990 e, in settembre, Sendall autorizzò l’acquisto di un NeXT Cube per costruire il prototipo.

Il NeXT Cube era una workstation professionale dotata del sistema NeXTStep e di strumenti grafici di sviluppo. Quel particolare ambiente permetteva di programmare rapidamente interfaccia, documenti e collegamenti, abbreviando sensibilmente i tempi di sperimentazione.

1990: Robert Cailliau e la proposta formalizzata

Nell’autunno 1990 Robert Cailliau, ingegnere del CERN, affiancò Berners-Lee nel trasformare l’idea in un progetto presentabile alla direzione.

La proposta di un progetto basato sull’ipertesto del 12 novembre fissava due fasi: tre mesi per rendere i contenuti leggibili da sistemi diversi, altri tre per permettere agli utenti di aggiungere materiali e link.

Per lo sviluppo Cailliau chiedeva il supporto di quattro ingegneri software e un programmatore.

Cailliau diede così al progetto struttura, sostegno interno e continuità.

Perché si chiamò World Wide Web

Poco prima, nell’ottobre 1990, Berners-Lee cercò un nome.

Scartò Information mesh, simile a mess (“pasticcio”), e sigle autoreferenziali: Mine of information (MOI, “io” in francese) e The information mine (TIM, le sue iniziali).

Scelse allora World Wide Web: “Web” esprimeva una trama di collegamenti senza centro; “World Wide” la possibilità di estenderla oltre il CERN.

Tim Berners-Lee e le tappe del 1989 e 1990, dalla nota “Vague but exciting” alla scelta del nome World Wide Web.

Tim Berners-Lee e le tappe del 1989 e 1990

Lo stesso nome, scritto senza spazi, designò anche il primo browser-editor della storia: WorldWideWeb.

HTML, HTTP e URL: i tre elementi fondamentali

Il 12 novembre formato, protocollo e identificatore erano descritti nel documento in termini generici.

Entro Natale anche ad essi erano stati dati nomi precisi:

  • HTML dava struttura a documenti e link;
  • HTTP regolava lo scambio tra browser e server;
  • URL indicava la risorsa da richiedere.

Berners-Lee lo chiamò inizialmente UDI, Universal Document Identifier, cioè “identificatore universale di documento”.

Con la standardizzazione, si passò da UDI a URI (Uniform Resource Identifier) che divenne il termine generale per gli identificatori delle risorse.

Immaginiamo un libro: un URI basato sull’ISBN funziona come il codice del catalogo, perché individua con precisione una determinata edizione.

Un URL somiglia invece a quel codice accompagnato dall’indirizzo della biblioteca e dal numero dello scaffale: oltre a identificare la risorsa, offre al browser le indicazioni per raggiungerla. Negli indirizzi HTTP e HTTPS queste istruzioni conducono a un server e alla risorsa richiesta.

Nella terminologia degli standard IETF, ogni URL è un URI, ma non ogni URI è un URL; un indirizzo HTTP o HTTPS è entrambe le cose.

Il primo browser era anche un editor

Fra ottobre e Natale 1990 WorldWideWeb prese forma su quella workstation NeXT.

Oltre ad essere un browser, era anche un editor: mostrava le pagine, seguiva i link e permetteva di creare o modificare i documenti salvati sul computer inserendo collegamenti direttamente nel testo.

Il Web era quindi pensato come spazio da leggere e alimentare, non solo da consultare.

Il primo server e il primo sito: info.cern.ch

Lo stesso NeXT ospitò il primo server.

Workstation NeXT del CERN usata da Tim Berners-Lee per il primo server e il browser-editor WorldWideWeb.

Workstation NeXT del CERN usata da Tim Berners-Lee per il primo server

Nel novembre 1990 il computer era raggiungibile come nxoc01.cern.ch, poi come info.cern.ch.

Ospitava il primo sito: TheProject.html presentava il progetto e spiegava come creare altri server.

Entro Natale il circuito funzionava: il browser chiedeva la pagina, il server la inviava, il lettore seguiva i link.

Berners-Lee ha spiegato di non disporre di una copia completa del Web del 1990–1991. La meno recente copia del primo sito rintracciata risale al 3 novembre 1992.

Il 30 aprile 2013 il CERN annunciò un progetto per restaurare quel sito e preservare le risorse digitali legate alla nascita del Web.

Oggi la ricostruzione è accessibile all’indirizzo storico info.cern.ch: una testimonianza del primo sito web.

Dal CERN al pubblico: browser e standard aperti

Un sito e un browser non bastavano a fare del Web uno spazio mondiale. Servivano software capaci di raggiungere computer differenti, istituzioni disposte ad aprire nuovi server e regole comuni che nessuno potesse trasformare in un recinto proprietario. Fra il 1991 e il 1994, questi elementi si incontrarono.

1991–1992: il Web esce dal laboratorio

Non c’è una vera e propria data di rilascio. Possiamo però identificare alcuni momenti salienti.

Nel marzo 1991 il line-mode browser fu offerto a un gruppo ristretto del CERN; il 17 maggio il software WWW raggiunse i computer centrali del laboratorio. Il 6 agosto Berners-Lee scrisse su alt.hypertext, uno dei newsgroup in cui si discuteva di ipertesto, e indicò l’archivio FTP da cui prelevare i file senza un account.

Il 15 gennaio 1992 divenne disponibile la versione 1.1 del browser.

Ad ogni passaggio, la cerchia degli utenti diventava meno locale e più pubblica.

Dicembre 1991: lo SLAC porta il Web fuori dall’Europa

Quattro mesi dopo l’annuncio, il 12 dicembre 1991, Paul Kunz e Louise Addis attivarono allo Stanford Linear Accelerator Center (SLAC) il primo server Web nordamericano ed anche il primo fuori dall’Europa.

Tre righe e due link bastavano per consultare SPIRES, una banca dati di riferimenti e riassunti sulla fisica delle alte energie. Una risorsa lontana divenne subito raggiungibile.

Prima di Mosaic: line-mode, Erwise, ViolaWWW e Midas

Portare il Web su macchine diverse significava ridisegnarne la finestra di accesso.

Il line-mode rinunciava alle immagini ma funzionava su molti sistemi e numerava i link da selezionare con la tastiera.

Sulle workstation Unix, invece, X Window System ospitò nuovi browser grafici: Erwise nell’aprile 1992, ViolaWWW in prova a maggio e, entro l’inizio del 1993, MidasWWW.

Sviluppati da gruppi diversi, non offrivano la stessa facilità d’uso o compatibilità. Dimostrarono però che il Web poteva avere più porte d’ingresso e prepararono il terreno a Mosaic.

1993: Mosaic rende il Web più facile da usare

Nel 1993, al NCSA dell’Università dell’Illinois, Marc Andreessen ed Eric Bina svilupparono Mosaic dopo quella prima generazione di browser.

Il browser aveva la dote di rendere la grafica più praticabile sul web.

Si installava con relativa facilità, collocava immagini e testo nella pagina e offriva comandi comprensibili anche senza esperienza da programmatore.

Nato per X Window, arrivò poi su PC con Windows e Macintosh.

Fu questa combinazione (e non una singola invenzione) a produrre il salto di scala: navigare smise di sembrare un’attività riservata ai laboratori e divenne un gesto alla portata di un pubblico molto più vasto.

30 aprile 1993: il software del Web diventa liberamente utilizzabile

L’ultima barriera era invisibile: il prezzo di un permesso.

Chi poteva usare e trasformare il codice? Il 30 aprile 1993 il CERN rese di pubblico dominio il client line-mode, il server di base e la libreria comune, rinunciando ai diritti sul codice. Chiunque poteva usarli, copiarli, modificarli e redistribuirli senza royalty. Nel 1994 il nuovo software per server passò a una licenza aperta, con copyright al CERN.

Internet non nacque quel giorno: cadde il cancello che avrebbe potuto trasformare il Web in un recinto.

Per Berners-Lee, “La decisione di rendere il Web un sistema aperto era necessaria perché fosse universale”.

1994: nasce il W3C

Aprire il cancello non bastava: tecnologie sviluppate da soggetti diversi rischiavano di parlare lingue destinate a non poter dialogare.

Il 1° ottobre 1994 Berners-Lee fondò al MIT il World Wide Web Consortium (W3C), in collaborazione con il CERN e con il sostegno dell’agenzia statunitense DARPA e della Commissione Europea.

Il Consorzio non possiede e non governa il Web: coordina tecnologie in rapida evoluzione e sviluppa standard aperti attraverso un processo di consenso.

Timeline 1991-1994: diffusione pubblica del Web, apertura del software, Mosaic e nascita del W3C.

Timeline 1991-1994: diffusione pubblica del Web, apertura del software, Mosaic e nascita del W3C

Così facendo browser, siti e dispositivi differenti possono funzionare insieme.

Questa capacità è l’interoperabilità e nel tempo il lavoro si è esteso anche ad accessibilità e internazionalizzazione.

Da poche centinaia a quasi 1,5 miliardi di siti

Il Web era ormai fuori dal laboratorio. All’inizio le sue presenze potevano stare in un taccuino; presto, ogni contatore ebbe bisogno di una legenda.

Lo stesso Berners-Lee, nel suo ultimo libroQuesto è per tutti”, racconta a pag.77 il suo stupore per la crescita esponenziale della rete così “Alla fine del 1990 ero in pratica l’unica persona che avesse mai usato il World Wide Web. Alla fine del 1991, oltre alle consultazioni dell’elenco telefonico, ricevevo cento accessi al giorno sul server del CERN. Non avevo mai presunto che questo tasso di crescita esponenziale continuasse, garantendo mille accessi al giorno alla fine del 1992 e diecimila alla fine del 1993. Eppure è proprio ciò che accadde”.

1993–1994: il Web passa da centinaia a migliaia di presenze

Nel 1993 i siti noti erano ancora puntini su una carta: 623 alla fine dell’anno, secondo il World Economic Forum; oltre 10.000 un anno dopo, 100.000 in quello seguente.

1999: una rete di almeno 800 milioni di documenti

Su Nature, Albert, Jeong e Barabási mutarono prospettiva, dagli indirizzi alle relazioni:

Nonostante il suo ruolo sempre più importante nella comunicazione, il World Wide Web rimane incontrollato: qualsiasi individuo o istituzione può creare un sito web con un numero illimitato di documenti e link. Questa crescita incontrollata porta a una rete enorme e complessa, che si configura come un grande grafo orientato i cui vertici sono i documenti e i cui archi sono i link (URL) che puntano da un documento all’altro.”

Ogni link è una freccia a senso unico. Con almeno 800 milioni di documenti che cambiavano mentre venivano contati, la mappa completa invecchiava prima di essere finita.

Giugno 2026: quasi 1,5 miliardi di siti rilevati

Nel giugno 2026 Netcraft ha ricevuto risposte da 1.489.396.284 siti, su 304.146.307 domini e 14.653.771 computer esposti al Web.

Dati Netcraft di giugno 2026: 1,49 miliardi di siti rilevati, 304 milioni di domini e 14,65 milioni di computer.

Dati Netcraft di giugno 2026

Ma non tutti i domini sono automaticamente operativi. Secondo le sue stime, meno di 218 milioni sono attivi.

Surface Web, Deep Web e Dark Web: quanto del WWW vediamo?

Cerchiamo una banca: la homepage compare. Entriamo nel conto: saldo e movimenti restano fuori dalle ricerche pubbliche. Un servizio “.onion” vive invece nella rete Tor. Così incontriamo Surface, Deep e Dark Web.

Nell’aprile 2026, il Servizio di ricerca del Parlamento europeo ha stimato il Surface nel 5–10% dei contenuti, il Deep nel 90–95% e il Dark, compreso nel Deep, in meno dell’1%. Valori orientativi per un Web in perpetua evoluzione.

Surface Web: le risorse pubbliche indicizzabili

Il Surface web, o web visibile, somiglia a una vetrina illuminata: mostra notizie, siti istituzionali, schede prodotto e blog. I crawler seguono i link tra le pagine pubbliche; il motore raccoglie i contenuti nell’indice e ne valuta il posizionamento nei risultati di ricerca.

Ai bordi della mappa rimangono una pagina nuova, un documento raggiungibile con l’URL diretto o un contenuto escluso dall’editore.

Scoperta, accessibilità e indicizzazione seguono percorsi differenti; ogni motore disegna così una cartografia personale.

Pubblicazione, indicizzazione e posizionamento sono fasi diverse: la pubblicazione immette una pagina online, l’indicizzazione da parte del motore di ricerca ne inserisce una copia nel proprio indice, il posizionamento impatta sul dove compare nei risultati di ricerca quella pagina web.

Deep Web: ciò che i motori di ricerca non mostrano

Che cosa accade dopo il login? Il server ci riconosce: entriamo nel Deep web, o Web invisibile formato da contenuti assenti dagli indici.

Webmail, home banking, portali aziendali, aree riservate, testi dietro paywall (contenuti disponibili agli abbonati) e risposte generate interrogando un database fanno tutti parte del web profondo.

Ogni casella raccoglie migliaia di messaggi; ogni banca gestisce milioni di operazioni; ogni piattaforma custodisce i dati dei propri utenti.

La grandezza del Deep Web nasce dalla somma di queste stanze digitali.

Il browser rimane quello abituale: login, abbonamenti, autorizzazioni e richieste ai database aprono la porta giusta. Ogni accesso mostra i contenuti previsti per quel profilo.

Dark Web: contenuti pubblicati su reti ad accesso specifico

Ora cambia la strada percorsa dai dati. Il Dark Web è la parte del Deep Web pubblicata su darknet, reti sovrapposte a Internet (overlay network).

Tor è la più conosciuta; i suoi onion service utilizzano indirizzi “.onion”. La stessa rete può condurre a un quotidiano indicizzato, che resta nel Surface Web. Il Dark Web nasce quando il contenuto viene pubblicato su una darknet.

Confronto tra Surface Web, Deep Web e Dark Web per accesso, indicizzazione e strumenti necessari.

Il Dark Web è una parte del Deep Web, non un suo sinonimo.

Privacy e pubblicazione anonima sostengono anche usi legittimi.

Con SecureDrop, piattaforma di whistleblowing, una fonte giornalistica può consegnare documenti a una redazione limitando le tracce capaci di identificarla.

La stessa riservatezza agevola attività illecite: Europol nel suo ultimo rapporto documenta anche mercati illeciti come credenziali sottratte, malware e ricatti.

La legalità dipende dalle attività svolte.

Tor riduce le informazioni esposte dalla connessione; account personali, dati inseriti nei moduli e file aperti da programmi collegati direttamente a Internet possono rivelare identità o indirizzo IP.

Dal Web 1.0 al Web 5.0: evoluzione e differenze

Web 1.0, 2.0 e le etichette successive sono mappe dell’evoluzione del WWW, più simili a epoche culturali che alle versioni di un programma. Raccontano come cambia la relazione fra editori, lettori, piattaforme, dati e macchine. Le fasi si sovrappongono: oggi viaggiamo contemporaneamente su più Web.

Confronto tra Web 1.0, Web 2.0, Semantic Web, Web3, Web 4.0 e Web 5.0 per modello, esempio e maturità.

Confronto tra Web 1.0, Web 2.0, Semantic Web, Web3, Web 4.0 e Web 5.0

Web 1.0: pubblicare e consultare documenti

La prima tappa mostra pochi autori e molti lettori.

Nel Web 1.0, pagine HTML, cataloghi e siti aziendali venivano aggiornati soprattutto da webmaster e redazioni.

La formula “read-only”, cioè “sola lettura”, coglie questa prevalenza; moduli, forum ed e-commerce aprivano già qualche spazio d’interazione. Il nome “Web 1.0” arrivò non a caso a posteriori per distinguere quella fase dal Web partecipativo.

C’è un dettaglio che delinea la linea di confine: come abbiamo visto, nel 1990 il browser WorldWideWeb di Tim Berners-Lee era anche un editor: nel progetto originario permetteva anche di modificare le pagine.

La scrittura apparteneva al progetto originario; la pubblicazione di massa arrivò più tardi.

Web 2.0: partecipazione e piattaforme

Col web 2.0 il lettore sale sul palco: pubblica un post, corregge una voce, carica un video, recensisce un acquisto.

Darcy DiNucci (web designer e autrice) usò per prima il termine “Web 2.0” nel 1999 in un articolo dal titolo “fragmented future” ma è nel 2004, durante la conferenza O’Reilly-MediaLive e con il successivo saggio di Tim O’Reilly del 2005 che il termine web 2.0 assunse la sua accezione più completa.

Il Web si fa piattaforma: una web app offre servizi nel browser; le API (Application Programming Interface, interfacce di programmazione) consentono ad applicazioni diverse di scambiarsi dati e funzioni.

Con partecipazione, collaborazione e contenuti creati dagli utenti (user-generated content), il servizio acquista valore insieme a contributi e utenti; intanto dati, regole e visibilità si concentrano nelle grandi piattaforme.

Il Web diventa mobile e multipiattaforma

Mentre cambiano le relazioni il browser cambia casa.

Netscape Navigator e Internet Explorer avevano accompagnato il Web verso il grande pubblico; Safari nel 2003, Firefox nel 2004 e Chrome nel 2008 riaprirono la concorrenza.

Gli smartphone portano le pagine web nelle tasche dei cittadini. Da questo cambio di abitudini nasce il responsive web design, espressione introdotta da Ethan Marcotte il 25 maggio 2010, per indicare la progettazione di pagine destinate ad adattarsi alle dimensioni dello schermo.

Persona con smartphone e dati StatCounter: mobile e tablet 51,3%, desktop 48,7% nell’ottobre 2016.

Persona con smartphone e dati StatCounter: mobile e tablet 51,3%, desktop 48,7% nell’ottobre 2016

Nell’ottobre 2016 StatCounter misurò il sorpasso mondiale: mobile e tablet rappresentavano il 51,3% delle visualizzazioni di pagina contro il 48,7% dei desktop, su oltre 15 miliardi di pagine viste al mese, rilevate in più di 2,5 milioni di siti.

Web 3.0 e Web3: due significati

Il viaggio incontra a questo punto un bivio lessicale. Web 3.0 conserva il significato storico del Semantic Web: dati e relazioni descritti per essere elaborati dal software.

Web3 invece, rilanciato da Gavin Wood nel 2014, riguarda reti distribuite, identità digitale, proprietà e controllo.

La grafia aiuta a separare due genealogie che l’uso comune sovrappone.

Il web semantico: dati collegati e significato nel web 3.0

Una persona legge “Dante nacque a Firenze” e riconosce subito un autore, una città e una relazione.

Al software servono ruoli dichiarati.

Il Semantic Web costruisce questo vocabolario comune: RDF (Resource Description Framework) rappresenta entità e relazioni come un grafo; OWL (Web Ontology Language) formalizza le ontologie, mappe condivise di concetti; SPARQL (linguaggio di interrogazione per RDF) consulta quei dati.

Metadati e dati collegati (linked data) rendono riutilizzabili informazioni provenienti da archivi diversi.

Per il W3C è un quadro comune per condividere dati fra applicazioni, imprese e comunità: interoperabilità fondata sul significato dichiarato, una comprensione formale diversa da quella umana.

Web3: identità e reti decentralizzate

L’altro ramo è il Web3 decentralizzato.

Immaginiamo un registro condiviso di filiera: più computer, i nodi, conservano copie e verificano che le registrazioni rispettino le regole.

Una blockchain può essere quel registro; peer-to-peer indica che i nodi comunicano da pari; uno smart contract applica regole prestabilite, come un distributore automatico.

Una dApp, o applicazione decentralizzata, combina un’interfaccia con funzioni eseguite sulla rete; il wallet (portafoglio digitale) gestisce le chiavi per autorizzare operazioni e presentare credenziali d’identità.

Se sito o server d’accesso dipendono da un’unica azienda, il controllo si concentra lì.

La decentralizzazione va verificata in quattro punti: registro, programma, interfaccia e server.

Web 4.0: intelligent web e ambienti connessi

Il paesaggio si allarga dal dispositivo all’ambiente.

La Commissione europea descrive il Web 4.0 come l’integrazione continua fra mondi fisici e digitali, resa possibile da intelligenza artificiale (AI), intelligenza ambientale (ambient intelligence), Internet of Things (IoT) e realtà estesa (virtuale, aumentata e mista).

L’IoT collega oggetti dotati di sensori; l’intelligenza ambientale usa quei segnali per adattare l’ambiente; un agente AI coordina più azioni verso un obiettivo, entro i permessi ricevuti.

Schema Web 4.0: dati personali e ambientali vengono elaborati da un agente che propone o compie azioni autorizzate.

Schema Web 4.0: dati personali e ambientali vengono elaborati da un agente che propone o compie azioni autorizzate

Immaginiamo un assistente che incroci calendario, ritardo del treno, traffico e meteo, suggerisca quando partire e, con il consenso dell’utente, regoli il riscaldamento di casa.

Le espressioni Intelligent Web e Symbiotic Web raccontano sistemi che adattano le azioni al contesto e ai dati disponibili.

Molti componenti esistono già; Web 4.0 resta un modello emergente, privo di uno standard tecnico unico.

Web 5.0: cos’è l’emotional web

All’orizzonte compare il Web 5.0, indicato come Emotional Web o Sensory-Emotive Web. Human-centric, “centrato sulla persona”, indica l’aspirazione più che il nome.

L’idea unisce l’informatica affettiva (affective computing) di Rosalind Picard (1997) alla prospettiva di Ajit Kambil (2008): voce, espressioni, comportamento e segnali fisiologici servono ad adattare l’interazione.

Un tutor potrebbe stimare la frustrazione da pause, errori e tono vocale, quindi semplificare la spiegazione. Il processo ha tre passaggi: segnali, inferenza probabilistica, adattamento. Il risultato resta una stima, distante dalla lettura diretta di un’emozione.

Il Web 5.0 resta uno scenario di ricerca: standard condivisi, privacy, accuratezza e benessere sono questioni aperte.

In quale fase del Web siamo oggi?

Nel 2026 il Web conserva strati nati in epoche diverse.

Il baricentro resta il Web 2.0 delle piattaforme, spesso raggiunto da smartphone; dati semantici alimentano cataloghi e grafi della conoscenza (knowledge graph); le dApp rappresentano l’adozione selettiva del Web3; assistenti, IoT e mondi virtuali mostrano componenti associate al Web 4.0.

Il Web 5.0 emotivo appartiene ancora all’orizzonte della ricerca.

La fase attuale è una transizione per sovrapposizione: più modelli operano nello stesso servizio e, spesso, nello stesso gesto quotidiano.

Il World Wide Web nell’era dell’intelligenza artificiale

Immaginiamo di organizzare un viaggio. Ieri avremmo aperto un motore di ricerca, i siti di compagnie aeree, alberghi e guide, spostandoci fra schede e link.

Oggi possiamo dare a un agente AI un prompt, cioè un’istruzione formulata in linguaggio naturale: “Trovami una soluzione entro questo prezzo in questa zona”.

Mentre aspettiamo, il software cerca, apre pagine, confronta dati e può preparare una prenotazione.

URL, HTTP, link e standard aperti sostengono ancora il viaggio. Ciò che evolve è il fatto che non ne vediamo necessariamente tutte le tappe.

L’AI nel web non ha una data di ingresso

L’ingresso dell’AI nel web è avvenuto gradualmente. Lavorava sul Web già prima di parlare con noi.

Il machine learning ordinava risultati, filtrava spam e costruiva raccomandazioni. Nel 2015 RankBrain aiutò Google a interpretare relazioni fra parole e concetti; nel 2016 un paper dei suoi ricercatori descrisse reti neurali per consigliare video. Con l’AI generativa il meccanismo esce dalla sala macchine: prima decideva che cosa mostrarci e ora può anche comporre la risposta.

Dalla ricerca di pagine alle risposte generate

La differenza ricorda quella tra ricevere una cartina e ascoltare una guida. La cartina espone le strade; la guida sceglie un itinerario e può ometterne altri.

Per costruire quella sintesi, il query fan-out può scomporre una domanda in più ricerche parallele su sotto-temi e da fonti diversificate.

Nelle 68.879 ricerche Google del marzo 2025 analizzate dal Pew Research Center, su 100 visite con una sintesi AI soltanto 8 portavano a un risultato tradizionale contro 15 senza sintesi; appena una raggiungeva un link citato.

Confronto Pew: click sui risultati Google nell’8% delle visite con AI Overview e nel 15% senza riepilogo AI.

Nelle visite analizzate, i click sui risultati tradizionali scendono dal 15% all’8%

È uno degli effetti dello zero-click marketing in cui la risposta viene consumata senza che l’utente senta il bisogno di visitare il sito della fonte.

La comodità accorcia il viaggio ma può nasconderne l’origine. Una fonte visibile permette di verificare chi ha prodotto l’informazione, in che momento e con quali prove.

Dai browser agli agenti capaci di agire

Torniamo al viaggio. Un assistente può indicarci gli aerei; un agente AI, quando è collegato ai servizi necessari, può cercarli, confrontare condizioni, compilare i campi consentiti e portarci davanti al pagamento.

Non “conosce” la nostra intenzione: la traduce in una sequenza di passaggi e può sbagliarne uno. Per questo la bozza W3C sui web user agent, datata 20 luglio 2026, richiama protezione, onestà e lealtà verso l’utente.

Più il software si avvicina all’azione, più deve mostrare che cosa farà, con quali dati e dove attende il nostro sì.

Dati leggibili dalle macchine e standard aperti

L’agente incontra ostacoli che ai nostri occhi non sembrano tali. Un prezzo può apparire in un calcolatore, in una tabella dinamica o dentro un’immagine: noi lo vediamo; un sistema che recupera soltanto l’HTML potrebbe non trovarlo o riconoscerlo.

In un test su 100 prodotti B2B, anche quando il sito pubblicava un importo numerico, l’agente ha consultato almeno una fonte terza nel 18% delle prove sui prezzi. Il campione è piccolo e non rappresenta l’intero Web ma chiarisce lo scenario: ciò che è visibile non è sempre estraibile, e ciò che è estraibile non è necessariamente affidabile.

Cinque condizioni per contenuti leggibili da motori e AI: accesso, struttura, chiarezza e fonti verificabili.

Cinque condizioni per contenuti leggibili da motori e AI: accesso, struttura, chiarezza e fonti verificabili

HTML semantico, etichette accessibili, dati strutturati, autore, data e provenienza restano essenziali: sono anche alla base della Generative Engine Optimization che rende contenuti e fonti più facili da recuperare, interpretare e citare dai sistemi basati su intelligenza artificiale.

Le nuove tensioni: fonti, privacy, sicurezza e sostenibilità

Guardiamo dietro lo schermo: autori, redazioni e siti sostengono i costi della conoscenza; se la raccolta automatizzata (scraping) preleva i contenuti senza restituire visite, la fonte può perdere risorse per aggiornarli.

Ci sono dati personali e permessi: un agente utile deve conoscere abbastanza per agire, ma non più del necessario. Ci sono edifici, chip, raffreddamento ed elettricità.

Consumo elettrico globale dei data center: 415 TWh nel 2024 e 945 TWh nello scenario base IEA per il 2030.

Consumo elettrico globale dei data center: 415 TWh nel 2024 e 945 TWh nello scenario base IEA per il 2030

La IEA calcola che nel 2024 tutti i data center abbiano consumato circa 415 terawattora, l’1,5% dell’elettricità mondiale. Lo scenario base raggiunge 945 TWh nel 2030, con l’AI fra i fattori di crescita. La risposta appare senza peso; la sua infrastruttura ne ha invece molto.

La bussola di Berners-Lee: universalità e controllo dell’utente

Nel 1996 Tim Berners-Lee descriveva il Web come uno spazio nel quale persone e macchine potessero comunicare.

In concomitanza del trentacinquesimo compleanno del web, nel 2024, in una lettera aperta ha avvertito che l’AI può aggravare concentrazione del potere e sfruttamento dei dati.

Non si tratta di scegliere fra persone e macchine, ma stabilire fin dove possa spingersi la delega.

Un Web intelligente dovrebbe eliminare passaggi inutili, non nascondere fonti, costi e responsabilità. La promessa sarà credibile quando potremo vedere la rotta, cambiare direzione e revocare il mandato.

L’agente può viaggiare per noi; la persona deve restare autrice del percorso.